SINTESI: 1. Il massacro (16–18 settembre 1982)
Gli esecutori e il contesto: Tra il 16 e il 18 settembre 1982, le milizie cristiano-falangiste guidate da Elie Hobeika e l'Esercito del Libano del Sud entrarono nel quartiere di Sabra e nel campo profughi di Chatila (periferia di Beirut), compiendo un massacro indiscriminato della popolazione civile indifesa (donne, anziani e bambini, sia palestinesi che libanesi poveri).
Il ruolo dell'esercito israeliano: Durante le 40 ore di massacro, le forze armate israeliane presidiarono gli accessi ai campi impedendo l'ingresso a stampa e soccorsi (Croce Rossa e Mezza Luna Rossa) e consentendo l'approvvigionamento dei miliziani.
Il bilancio delle vittime: Le stime differiscono notevolmente a seconda della fonte:
Esercito libanese: 460 morti.
Autorità israeliane: 700–800 morti.
Cronista Robert Fisk: circa 1.700 morti.
Imam del campo: tra 2.000 e 3.500 morti (notando l'impossibilità di un conteggio esatto per via dei corpi portati via su camion dalle milizie).
Testimonianze: Il testo cita resoconti d'epoca di David Lamb (Los Angeles Times) e Elaine Carey (Daily Mail), che descrivono il silenzio della zona, l'odore di decomposizione e l'inazione delle truppe israeliane posizionate a poca distanza.
2. Il contesto storico e politico
Origini del conflitto: L'insediamento dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) in Libano dopo l'espulsione dalla Giordania nel 1970 alterò gli equilibri interni, portando alla guerra civile (1975–1990) tra le forze di destra cristiano-maronite e le forze di sinistra guidate da Kamal Jumblatt (sostenute dall'OLP).
L'invasione israeliana: Israele intervenne in Libano a più riprese, culminating nell'operazione "Pace in Galilea" (giugno 1982), con l'obiettivo di distruggere le infrastrutture sociali e militari dell'OLP. L'operazione causò circa 17.000 vittime civili e condusse all'assedio di Beirut Ovest.
Il Piano Habib e la violazione degli accordi: La mediazione internazionale (USA, Francia, Italia) portò al Piano Habib (19 agosto 1982): l'OLP accettò di evacuare Beirut in cambio della garanzia di protezione dei civili rimasti nei campi, sotto la tutela di una forza multinazionale di pace.
Gli eventi precipitanti:
Entro il 1° settembre l'OLP completò l'evacuazione.
La forza multinazionale si ritirò in anticipo rispetto ai piani.
Il 3 settembre l'esercito israeliano e le milizie falangiste circondarono i campi.
Il 14 settembre il presidente eletto libanese e leader falangista Bashir Gemayel fu assassinato in un attentato (attribuito ai servizi siriani).
Il 15 settembre Israele occupò Beirut Ovest. Il giorno successivo, il 16 settembre, i falangisti entrarono a Sabra e Chatila in cerca di vendetta per la morte di Gemayel.
3. Reazioni, inchieste e precedenti storici
Condanna internazionale: L'Assemblea Generale dell'ONU definì l'evento un atto di genocidio (risoluzione del 16 dicembre 1982). Nel discorso di Capodanno del 1982, il Presidente della Repubblica Italiana Sandro Pertini condannò duramente la leadership politica israeliana.
La Commissione Kahan: Sotto la pressione di imponenti manifestazioni di piazza a Tel Aviv (circa 300.000 partecipanti), il governo Begin istituì una commissione d'inchiesta d'ufficio. L'indagine (conclusa nel febbraio 1983):
Attribuì la responsabilità diretta alle Falangi libanesi di Elie Hobeika.
Riconobbe la "responsabilità indiretta" del Primo Ministro Menahem Begin e del Ministro della Difesa Ariel Sharon per omessa prevenzione e sottovalutazione del pericolo.
Critica dell'autore/fonte alla Commissione Kahan: Citando lo storico Antonio Moscato, l'articolo sostiene che la Commissione abbia coperto la premeditazione delle autorità israeliane, che conoscevano l'ideologia e la condotta delle Falangi.
Precedenti citati nel testo: L'articolo collega la condotta della leadership israeliana dell'epoca ad altri episodi storici:
Il massacro di Deir Yassin (9 aprile 1948, ad opera dell'Irgun guidato da Begin).
Il massacro di Kibia (14 ottobre 1953, condotto da un'unità militare guidata da Sharon).