MADE IN ETHIOPIA BY CHINA
Il documentario "Made in Ethiopia" (2024) esplora l'ambizione dell'Etiopia di trasformarsi nella "Cina d'Africa" attraverso lo sviluppo di grandi parchi industriali, principalmente finanziati da capitali cinesi
Il racconto si snoda attraverso le vite di tre donne che rappresentano diverse sfaccettature di questo processo:
L'industria tessile etiope, pur essendo diventata il secondo settore d'esportazione dopo il caffè, poggia su basi fragili. Il principale fattore d'attrazione per gli investitori è il costo del lavoro estremamente basso (40-50 dollari al mese), sensibilmente inferiore a quello di Cina e Vietnam. Tuttavia, eventi come la pandemia e la guerra del Tigray, insieme alla revoca delle agevolazioni tariffarie statunitensi (AGOA), hanno messo in crisi il settore, portando alla chiusura di fabbriche e alla fuga di investitori.
Se da un lato la fabbrica offre alle donne opportunità di emancipazione e un'alternativa all'arruolamento militare, dall'altro comporta sfruttamento, salari di sussistenza e lo sradicamento delle comunità rurali tradizionali. Il modello di sviluppo etiope rimane così sospeso tra il sogno di una modernità industriale e una realtà locale segnata da povertà e instabilità.
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