In queste ore i carabinieri del ROS stanno eseguendo numerose perquisizioni su delega della Procura di Roma. In totale le operazioni hanno riguardato sette persone.
Dalle notizie disponibili, la "Squadra Fiore" non spiava i civili comuni, ma operava in contesti molto specifici:
personaggi del mondo degli affari e figure politiche e istituzionali.
Il collegamento con Equalize è importante: anche quel caso milanese aveva rivelato un sistema di dossieraggio, ma che colpiva soprattutto personaggi pubblici, gente del mondo dello spettacolo, calciatori e, potenzialmente, chiunque fosse di interesse per i clienti paganti, come giornalisti.
Non si tratta di una sorveglianza di massa sui cittadini comuni, ma di reti che raccolgono informazioni riservate su persone di potere o molto conosciute, probabilmente su commissione, a fini di ricatto, vantaggio negli affari o lotta politica interna.
Questo spionaggio "d'élite" è diverso dal caso Paragon, che rappresenta l'aspetto più "internazionale" e tecnologico dello spionaggio in Italia.
Se la Squadra Fiore si occupava del "lavoro sporco" e dell'accesso alle banche dati nazionali (SDI, SOS), il caso Paragon riguarda l'uso di un potentissimo spyware militare israeliano per infettare i telefoni di comuni cittadini e, in questo caso, soprattutto giornalisti.
Giuseppe Del Deo (Squadra Fiore), era una delle figure chiave nel gestire i rapporti tecnologici tra i servizi segreti e i fornitori esterni. Mentre cercava precedenti penali o conti correnti, Paragon si occupava dell'intercettazione illegale di comunicazioni private.
Tra i nomi spiati da Paragon (confermati da perizie tecniche depositate nel marzo 2026) figurano Francesco Cancellato (Direttore di Fanpage.it),
Luca Casarini e Giuseppe Caccia (attivisti di Mediterranea Saving Humans) e Roberto D'Agostino (fondatore di Dagospia).
Le tecniche utilizzate dalla Squadra Fiore per bucare i sistemi dello Stato, invece, rappresentano uno dei casi di "hacking istituzionale" più spaventosi degli ultimi anni, perché non si tratta solo di attacchi esterni, ma di una combinazione di tecnologia avanzata e complicità interne.
Gli inquirenti hanno scoperto che il gruppo era riuscito a inoculare dei virus "Trojan" direttamente nei server dei ministeri.
Questi virus permettevano di controllare i sistemi da remoto e di scaricare dati in tempo reale senza che nessuno se ne accorgesse.
Il gruppo disponeva di uomini infiltrati nelle aziende che gestivano la manutenzione dei sistemi informatici del Viminale e delle forze di polizia. Sfruttando le credenziali di tecnici incaricati della manutenzione, potevano estrarre dati massivi camuffando l'attività come normale controllo tecnico.
Oggi le procure di Roma, Napoli e Milano lavorano in modo coordinato, sospettando che dietro l'uso di Paragon ci fosse la stessa "regia" che animava la Squadra Fiore e la rete di dossieraggio di Milano (Equalize).
Quanto alla portata totale dello spionaggio, le vittime sarebbero circa 650 persone in totale.
Il punto più preoccupante è che il gruppo agiva per finalità di profitto attraverso la commercializzazione delle informazioni, oppure a scopo estorsivo-ricattatorio, per condizionare soprattutto i settori della politica e dell'imprenditoria, o per danneggiare l'immagine di avversari professionali e politici.
Quindi i giornalisti non erano spiati per curiosità, ma perché potenzialmente scomodi o pericolosi per chi commissionava i dossier.
Perquisizioni sono in corso anche a Milano.
Le ipotesi di reato includono accesso abusivo a sistema informatico, associazione per delinquere finalizzata a interferenze illecite nella vita privata, intercettazione, truffa, peculato e interruzione illecita di comunicazioni informatiche o telematiche.
Tra gli indagati, oltre a Giuseppe Del Deo, Carmine Saladino e Enrico Fincati, figurano anche l'ex brigadiere Giuliano Tavaroli (già coinvolto nello scandalo Sismi-Telecom), ex agenti dei servizi come Francesco Rossi e Rosario Bonomo, e l'hacker Samuele Calamucci, che sentito dai pm di Roma ha aiutato gli inquirenti a fare luce sulla questione dei contratti.
Si indaga su circa 5 milioni di euro di fondi dei servizi segreti che sarebbero stati drenati verso società private attraverso consulenze gonfiate.
I dati venivano venduti a grandi aziende o privati per cifre che andavano dai 15.000 ai 70.000 euro per singolo dossier.
La Squadra Fiore era diventata una sorta di "Google del mercato nero dei dati", capace di sapere tutto di chiunque grazie al fatto che le "chiavi di casa" dei database dello Stato erano in mano ai loro stessi tecnici. Bastava pagare per ottenere le informazioni.
Un dettaglio curioso emerso dalle indagini riguarda la sede romana della squadra, situata nei pressi di Piazza Bologna (al civico 22).
Dalle intercettazioni si è scoperto che, osservando la zona su Google Maps, l'edificio appariva oscurato/pixelato, una procedura solitamente riservata a obiettivi militari o sedi dei servizi segreti (AISI/AISE).
Questo conferma che la Squadra Fiore non era un semplice gruppo di hacker, ma una struttura che godeva di protezioni istituzionali di altissimo livello.