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BASTA SCORTA AL NEOCONDANNATO EX SENATORE ED EX CAVALIERE
ESTER CASTANO PERSEGUITATA PER IL SUO IMPEGNO ANTIMAFIA
Solidarietà alla cronista Castano...come ti capisco Ester
http://milano.corriere.it/notizie/cronaca/14_marzo_24/medico-faccendiere-querela-cronista-antimafia-ea865510-b363-11e3-a728-d65859a0bfab.shtml
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EGITTO: OLTRE 500 CONDANNE A MORTE, PER AMNESTY INTERNATIONAL UNA SENTENZA “GROTTESCA”
COMUNICATO STAMPA
CS038-2014
EGITTO: OLTRE 500 CONDANNE A MORTE, PER AMNESTY INTERNATIONAL UNA SENTENZA “GROTTESCA”
Le condanne a morte di massa emesse il 24 marzo 2014 dal tribunale di Minya sono, secondo Amnesty International, un grottesco esempio delle carenze e della natura selettiva del sistema giudiziario egiziano.
I 529 imputati, sostenitori di Mohamed Morsi, sono stati condannati a morte per il loro presunto ruolo nelle violenze seguite alla deposizione dell’ex presidente nel luglio 2013.
“E’ un’enorme ingiustizia. Le condanne a morte devono essere annullate. Emettere cosi’ tante condanne a morte in un singolo processo fa si’ che l’Egitto abbia superato la maggior parte dei paesi per numero di condanne inflitte in un anno” – ha dichiarato Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettrice del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International. “Si tratta del piu’ alto numero di condanne a morte emesse simultaneamente negli ultimi anni, non solo in Egitto ma a livello mondiale”.
“I tribunali egiziani sono solleciti nel punire i sostenitori di Morsi ma ignorano le gravi violazioni dei diritti umani commesse dalle forze di sicurezza. Mentre migliaia di simpatizzanti dell’ex presidente languono in prigione, non vi sono state indagini adeguate sulla morte di centinaia di manifestanti. Un solo agente di polizia rischia il carcere, accusato della morte di 37 detenuti” – ha aggiunto Sahraoui.
“Senza un processo indipendente e imparziale che assicuri verita’ e giustizia per tutti, molti si chiederanno se il sistema giudiziario egiziano abbia qualcosa a che fare con la giustizia. In ogni caso, il ricorso alla pena di morte e’ di per se’ ingiusto e le autorita’ egiziane dovrebbero introdurre una moratoria sulle esecuzioni, in vista dell’abolizione della pena capitale” – ha commentato Sahraoui.
Nonostante le ripetute richieste, anno dopo anno, di Amnesty International, le autorita’ egiziane non rendono noti i dati sulle condanne a morte e sulle esecuzioni. L’organizzazione per i diritti umani ha appreso che nel 2013 i tribunali egiziani hanno emesso almeno 109 condanne a morte, rispetto alle almeno 91 del 2012 e alle almeno 123 nel 2011. L’ultima esecuzione di cui Amnesty International e’ a conoscenza ha avuto luogo nell’ottobre 2011, quando un uomo e’ stato impiccato per l’uccisione di sei copti e di un poliziotto nel corso di una sparatoria avvenuta nel gennaio 2010.
FINE DEL COMUNICATO
Roma, 24 marzo 2014
Per interviste:
Amnesty International Italia – Ufficio Stampa
Tel. 06 4490224 – cell. 348 6974361, e-mail: press@amnesty.it
CS038-2014
EGITTO: OLTRE 500 CONDANNE A MORTE, PER AMNESTY INTERNATIONAL UNA SENTENZA “GROTTESCA”
Le condanne a morte di massa emesse il 24 marzo 2014 dal tribunale di Minya sono, secondo Amnesty International, un grottesco esempio delle carenze e della natura selettiva del sistema giudiziario egiziano.
I 529 imputati, sostenitori di Mohamed Morsi, sono stati condannati a morte per il loro presunto ruolo nelle violenze seguite alla deposizione dell’ex presidente nel luglio 2013.
“E’ un’enorme ingiustizia. Le condanne a morte devono essere annullate. Emettere cosi’ tante condanne a morte in un singolo processo fa si’ che l’Egitto abbia superato la maggior parte dei paesi per numero di condanne inflitte in un anno” – ha dichiarato Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettrice del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International. “Si tratta del piu’ alto numero di condanne a morte emesse simultaneamente negli ultimi anni, non solo in Egitto ma a livello mondiale”.
“I tribunali egiziani sono solleciti nel punire i sostenitori di Morsi ma ignorano le gravi violazioni dei diritti umani commesse dalle forze di sicurezza. Mentre migliaia di simpatizzanti dell’ex presidente languono in prigione, non vi sono state indagini adeguate sulla morte di centinaia di manifestanti. Un solo agente di polizia rischia il carcere, accusato della morte di 37 detenuti” – ha aggiunto Sahraoui.
“Senza un processo indipendente e imparziale che assicuri verita’ e giustizia per tutti, molti si chiederanno se il sistema giudiziario egiziano abbia qualcosa a che fare con la giustizia. In ogni caso, il ricorso alla pena di morte e’ di per se’ ingiusto e le autorita’ egiziane dovrebbero introdurre una moratoria sulle esecuzioni, in vista dell’abolizione della pena capitale” – ha commentato Sahraoui.
Nonostante le ripetute richieste, anno dopo anno, di Amnesty International, le autorita’ egiziane non rendono noti i dati sulle condanne a morte e sulle esecuzioni. L’organizzazione per i diritti umani ha appreso che nel 2013 i tribunali egiziani hanno emesso almeno 109 condanne a morte, rispetto alle almeno 91 del 2012 e alle almeno 123 nel 2011. L’ultima esecuzione di cui Amnesty International e’ a conoscenza ha avuto luogo nell’ottobre 2011, quando un uomo e’ stato impiccato per l’uccisione di sei copti e di un poliziotto nel corso di una sparatoria avvenuta nel gennaio 2010.
FINE DEL COMUNICATO
Roma, 24 marzo 2014
Per interviste:
Amnesty International Italia – Ufficio Stampa
Tel. 06 4490224 – cell. 348 6974361, e-mail: press@amnesty.it
La carovana dell'acqua in Palestina
Radio Popolare e Claudio Agostoni hanno condiviso un link.
In occasione della giornata mondiale dell'acqua oggi alle 11.30 ONDE ROAD ripropone il diario di viaggio della carovana dell'acqua in Palestina.
Per l'occasione era stato realizzato anche un video: fatelo girare.http://www.youtube.com/watch?v=44yPI_Xt8iM
EL "PLEBISITO" PAR L'INDIPENDENSA DEL VENETO XE' UN IMBROLIO
I "TERONI DE L'ALTA ITALIA" (vedi come tutto è relativo?!) I XE' PRONTI ALLA SECESIONE?
IL TITOLO E IL SOTTOTITOLO SONO MIEI (PAOLO)
È indicibile la pressoché totale ignoranza della rete da parte della stampa. In Italia il 40% delle persone non sa decifrare un libretto delle istruzioni, mentre il 50% delle persone non sa come agire di fronte ad una pagina internet, semplicemente perché non ne ha mai viste.
Date queste premesse, come faccia la stampa a passare bovinamente le notizie rifilate dagli organizzatori di quella pagliacciata chiamata referendum per l'indipendenza del Veneto, senza nemmeno farsi due domande, testimonia dell'incompetenza di chi deve informare i cittadini.
Facciamo una botta di conti:
In Veneto, compresi bambini in fasce, anziani ultracentenari, gondolieri, suore e governatori del Veneto, ci sono 4.910.000 abitanti. Il numero delle persone che hanno votato per il referendum in un sito che si chiama già come il risultato che gli organizzatori vorrebbero (plebiscito.eu) sarebbe di 2.360.000 persone, cioè un numero di molto superiore al 100% delle persone che usano internet!
Che a promuovere tale referendum online sia gente che lavora in campo informatico e produce software non ha per niente messo la pulce nell'orecchio a giornalisti che probabilmente di internet conoscono youporn e poco altro.
Il governatore Zaia è liberissimo di partecipare a un gioco online, perché di questo si tratta, ma sostenere che questa cosa che è una truffa comunicativa abbia un senso, non dà lustro al suo governatorato, anzi, gli fa fare una bella figura di merda.
Sostenere che questo è il segnale che le tasse sono alte, è un ben misero argomento. Non servono referendum per capire che nel nostro Paese la tassazione è a livello di Nothingam, e non sarà certo una delle regioni a più alto tasso di evasione fiscale ad avere le carte in regola per farsene portavoce. È poi ben strano pensare che in Regione ci siano circa due milioni di partite iva, con tutte queste aziende, i dipendenti e gli impiegati del terziario quanti sono? 20 milioni di persone?
In definitiva, forse molti veneti (due milioni per gli organizzatori, 150.000 per la questura) vorrebbero una nazione (governata da chi poi?) con una nuova burocrazia, zero materie prime, totalmente dipendente dalle importazioni e con una moneta debolissima, ma che questa boutade sia trasformata in un plebiscito è fesseria che coloro che si fanno chiamare giornalisti dovrebbero guardarsi dal sostenere senza fare un minimo di ricerca seria dei dati.
Date queste premesse, come faccia la stampa a passare bovinamente le notizie rifilate dagli organizzatori di quella pagliacciata chiamata referendum per l'indipendenza del Veneto, senza nemmeno farsi due domande, testimonia dell'incompetenza di chi deve informare i cittadini.
Facciamo una botta di conti:
In Veneto, compresi bambini in fasce, anziani ultracentenari, gondolieri, suore e governatori del Veneto, ci sono 4.910.000 abitanti. Il numero delle persone che hanno votato per il referendum in un sito che si chiama già come il risultato che gli organizzatori vorrebbero (plebiscito.eu) sarebbe di 2.360.000 persone, cioè un numero di molto superiore al 100% delle persone che usano internet!
Che a promuovere tale referendum online sia gente che lavora in campo informatico e produce software non ha per niente messo la pulce nell'orecchio a giornalisti che probabilmente di internet conoscono youporn e poco altro.
Il governatore Zaia è liberissimo di partecipare a un gioco online, perché di questo si tratta, ma sostenere che questa cosa che è una truffa comunicativa abbia un senso, non dà lustro al suo governatorato, anzi, gli fa fare una bella figura di merda.
Sostenere che questo è il segnale che le tasse sono alte, è un ben misero argomento. Non servono referendum per capire che nel nostro Paese la tassazione è a livello di Nothingam, e non sarà certo una delle regioni a più alto tasso di evasione fiscale ad avere le carte in regola per farsene portavoce. È poi ben strano pensare che in Regione ci siano circa due milioni di partite iva, con tutte queste aziende, i dipendenti e gli impiegati del terziario quanti sono? 20 milioni di persone?
In definitiva, forse molti veneti (due milioni per gli organizzatori, 150.000 per la questura) vorrebbero una nazione (governata da chi poi?) con una nuova burocrazia, zero materie prime, totalmente dipendente dalle importazioni e con una moneta debolissima, ma che questa boutade sia trasformata in un plebiscito è fesseria che coloro che si fanno chiamare giornalisti dovrebbero guardarsi dal sostenere senza fare un minimo di ricerca seria dei dati.
FIRMA IN DIFESA DELLA DEMOCRAZIA
| L'Altra Europa con Tsipras | |
Cara/o,
abbiamo raccolto 43mila firme fino ad ora ma è ancora lunga la strada per le 150mila necessarie affinché la listaL'Altra Europa con Tsipras possa partecipare alle elezioni europee del 25 maggio. Per raggiungere questo obiettivo,abbiamo bisogno di te!
Nei prossimi giorni, quindi, ti chiediamo solo di:
Seguici su Twitter cliccando qui oppure utilizzando l'hashtag #laltraeuropa.
Seguici anche su Facebook e invita i tuoi amici a seguirci:
Grazie di tutto!
L'Altra Europa con Tsipras
Io, Paolo penso di votare per:
oppure per:
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Crisi economica e ascesa del razzismo: il caso della Francia
LA TURCHIA OSCURA TWITTER...
COMUNICATO STAMPA
CS037-2014
TURCHIA: LA CHIUSURA PRE-ELETTORALE DI TWITTER UN ALTRO COLPO ALLA LIBERTA’ D’ESPRESSIONE ONLINE
Amnesty International ha chiesto l’immediata revoca della decisione di bloccare Twitter, adottata poco prima della mezzanotte di giovedi’ 20 marzo, dopo che il primo ministro Erdo?an aveva annunciato, in un comizio elettorale, che lo avrebbe “spazzato via”.
Il blocco e’ stato attuato dal dipartimento per le Telecomunicazioni su ordine dell’ufficio del Procuratore di Istanbul e di altre ordinanze giudiziarie. Nella decisione e’ stata citato il mancato adempimento di Twitter a ordinanze giudiziarie che disponevano la cancellazione di alcuni contenuti.
“La decisione e’ un attacco senza precedenti alla liberta’ di Internet e alla liberta’ d’espressione in Turchia. Questa misura draconiana, adottata sulla base della restrittiva legge vigente in materia di Internet, mostra fino a che punto le autorita’ sono disposte ad arrivare per impedire le critiche al governo”- ha dichiarato Andrew Gardner, ricercatore di Amnesty International sulla Turchia.
Gli utenti dei social media turchi hanno condannato la decisione e, aggirando il blocco, hanno inviato oltre un milione di tweet di protesta.
La decisione, un duro attacco al diritto dei cittadini turchi di condividere e ricevere informazioni, e’ stata presa a una settimana dalle elezioni locali. Twitter era stato recentemente utilizzato per condividere una serie di presunte conversazioni telefoniche intercettate, che davano credito alle voci sulla corruzione governativa e le interferenze del governo nell’economia e nell’informazione.
Sono 10 milioni gli utenti di Twitter in Turchia. Il suo uso e’ aumentato rapidamente la scorsa estate durante le proteste di Gezi Park, quando e’ stato usato per condividere e ricevere informazioni non riportate dai principali mezzi d’informazione, strettamente legati alle autorita’. Il governo turco aveva attaccato i social media e i loro utenti e lo stesso primo ministro aveva definito Twitter “un flagello”, nell’ambito di una piu’ ampia strategia volta a ridurre al silenzio e a screditare coloro che avevano criticato la repressione delle proteste, compresi medici, avvocati e giornalisti.
“I social media sono una spina nel fianco del governo. Non solo sono ben usati da chi lo critica ma gli stessi proprietari sembrano non risentire delle minacce e delle intimidazioni cui vanno incontro gli organi d’informazione nazionali” – ha commentato Gardner.
“Le decisione di bloccare l’accesso a Twitter rappresenta un vergognoso segnale di come il governo turco intende usare la legge su Internet, di recente modifica, per controllare i contenuti online. Si tratta di un attacco alla liberta’ d’espressione sanzionato da un tribunale” – ha concluso Gardner.
Ulteriori informazioni
La censura su Internet e’ ampiamente diffusa in Turchia, soprattutto nei confronti di portali d’informazione filo-curdi e di chat room gay. Tra il 2007 e il 2010 e’ stato anche bloccato YouTube a causa di video accusati di offendere la memoria di Atatürk, il fondatore della Repubblica turca. Il sito di Google resta bloccato nonostante una sentenza della Corte europea dei diritti umani abbia stabilito che questa decisione abbia violato il diritto alla liberta’ d’espressione.
Nel febbraio 2014, il governo ha adottato una serie di emendamenti che hanno reso ancora piu’ restrittiva la legislazione su Internet, fino al punto di minacciare il diritto alla liberta’ d’espressione e alla riservatezza. Amnesty International continua a chiedere il ritiro degli emendamenti e l’adeguamento della legge agli standard internazionali sui diritti umani.
Contenuti pubblicati sui social media, incluso Twitter, hanno dato vita a procedimenti giudiziari iniqui in violazione del diritto alla liberta’ d’espressione. A Smirne, 29 ragazzi sono sotto processo per “aver incoraggiato la popolazione a violare la legge”, a causa di tweet inviati durante le proteste di Gezi Park. Sempre a causa di contenuti diffusi via social media, sono sotto processo diversi membri di Taksim Solidariety, una rete di organizzazioni che ha avuto un ruolo determinante nel movimento di protesta del 2013.
FINE DEL COMUNICATO
Roma, 21 marzo 2014
Per interviste:
Amnesty International Italia – Ufficio Stampa
Tel. 06 4490224 – cell. 348 6974361, e-mail: press@amnesty.it
CS037-2014
TURCHIA: LA CHIUSURA PRE-ELETTORALE DI TWITTER UN ALTRO COLPO ALLA LIBERTA’ D’ESPRESSIONE ONLINE
Amnesty International ha chiesto l’immediata revoca della decisione di bloccare Twitter, adottata poco prima della mezzanotte di giovedi’ 20 marzo, dopo che il primo ministro Erdo?an aveva annunciato, in un comizio elettorale, che lo avrebbe “spazzato via”.
Il blocco e’ stato attuato dal dipartimento per le Telecomunicazioni su ordine dell’ufficio del Procuratore di Istanbul e di altre ordinanze giudiziarie. Nella decisione e’ stata citato il mancato adempimento di Twitter a ordinanze giudiziarie che disponevano la cancellazione di alcuni contenuti.
“La decisione e’ un attacco senza precedenti alla liberta’ di Internet e alla liberta’ d’espressione in Turchia. Questa misura draconiana, adottata sulla base della restrittiva legge vigente in materia di Internet, mostra fino a che punto le autorita’ sono disposte ad arrivare per impedire le critiche al governo”- ha dichiarato Andrew Gardner, ricercatore di Amnesty International sulla Turchia.
Gli utenti dei social media turchi hanno condannato la decisione e, aggirando il blocco, hanno inviato oltre un milione di tweet di protesta.
La decisione, un duro attacco al diritto dei cittadini turchi di condividere e ricevere informazioni, e’ stata presa a una settimana dalle elezioni locali. Twitter era stato recentemente utilizzato per condividere una serie di presunte conversazioni telefoniche intercettate, che davano credito alle voci sulla corruzione governativa e le interferenze del governo nell’economia e nell’informazione.
Sono 10 milioni gli utenti di Twitter in Turchia. Il suo uso e’ aumentato rapidamente la scorsa estate durante le proteste di Gezi Park, quando e’ stato usato per condividere e ricevere informazioni non riportate dai principali mezzi d’informazione, strettamente legati alle autorita’. Il governo turco aveva attaccato i social media e i loro utenti e lo stesso primo ministro aveva definito Twitter “un flagello”, nell’ambito di una piu’ ampia strategia volta a ridurre al silenzio e a screditare coloro che avevano criticato la repressione delle proteste, compresi medici, avvocati e giornalisti.
“I social media sono una spina nel fianco del governo. Non solo sono ben usati da chi lo critica ma gli stessi proprietari sembrano non risentire delle minacce e delle intimidazioni cui vanno incontro gli organi d’informazione nazionali” – ha commentato Gardner.
“Le decisione di bloccare l’accesso a Twitter rappresenta un vergognoso segnale di come il governo turco intende usare la legge su Internet, di recente modifica, per controllare i contenuti online. Si tratta di un attacco alla liberta’ d’espressione sanzionato da un tribunale” – ha concluso Gardner.
Ulteriori informazioni
La censura su Internet e’ ampiamente diffusa in Turchia, soprattutto nei confronti di portali d’informazione filo-curdi e di chat room gay. Tra il 2007 e il 2010 e’ stato anche bloccato YouTube a causa di video accusati di offendere la memoria di Atatürk, il fondatore della Repubblica turca. Il sito di Google resta bloccato nonostante una sentenza della Corte europea dei diritti umani abbia stabilito che questa decisione abbia violato il diritto alla liberta’ d’espressione.
Nel febbraio 2014, il governo ha adottato una serie di emendamenti che hanno reso ancora piu’ restrittiva la legislazione su Internet, fino al punto di minacciare il diritto alla liberta’ d’espressione e alla riservatezza. Amnesty International continua a chiedere il ritiro degli emendamenti e l’adeguamento della legge agli standard internazionali sui diritti umani.
Contenuti pubblicati sui social media, incluso Twitter, hanno dato vita a procedimenti giudiziari iniqui in violazione del diritto alla liberta’ d’espressione. A Smirne, 29 ragazzi sono sotto processo per “aver incoraggiato la popolazione a violare la legge”, a causa di tweet inviati durante le proteste di Gezi Park. Sempre a causa di contenuti diffusi via social media, sono sotto processo diversi membri di Taksim Solidariety, una rete di organizzazioni che ha avuto un ruolo determinante nel movimento di protesta del 2013.
FINE DEL COMUNICATO
Roma, 21 marzo 2014
Per interviste:
Amnesty International Italia – Ufficio Stampa
Tel. 06 4490224 – cell. 348 6974361, e-mail: press@amnesty.it
IL COMUNE DI MONZA NEGA PATROCINIO AI MARO' ( E FA BENE!)
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