“L’impegno di mio padre e la violenza del potere”. Parla la figlia di Giuseppe Pinelli

“Dalla
lotta partigiana al movimento anarchico e alla non violenza, Pino era
un ottimista che viveva con entusiasmo quel tempo di speranze e di
profondi cambiamenti. Con la sua tragica morte è diventato un simbolo
dei diritti negati e dei connotati violenti che può assumere il potere”.
Claudia Pinelli ricorda il padre Giuseppe, volato da una finestra della
Questura di Milano la notte del 15 dicembre 1969.
di Laura Tussi, da peacelink.it
Il
ricordo di tuo padre è stato un punto fermo nella vita della famiglia
Pinelli. Quali sono le parole più significative e gli ideali più alti
che la sua memoria ti ha trasmesso?
Il suo ricordo
sicuramente è un punto fermo nella nostra famiglia e abbiamo dovuto
testimoniarlo innumerevoli volte, ma la memoria sua e di quello che
accadde appartiene a tutta la società civile.
Pino era un ottimista
che viveva con entusiasmo quel tempo di speranze e di profondi
cambiamenti. Aveva dato il suo contributo, giovanissimo, alla lotta
partigiana, come staffetta, maturando dall’esperienza della guerra il
rifiuto per qualsiasi autoritarismo. Aveva letto moltissimo, forgiato il
suo pensiero con i classici del pensiero anarchico, studiato
l’esperanto credendo veramente che una lingua comune avrebbe fatto
cadere le barriere tra i popoli, era impegnato nel movimento anarchico,
nel sindacato di base, nel pacifismo e nella non violenza. Faceva da
tramite tra persone di generazioni e ideologie differenti, sempre aperto
al dialogo e al confronto. E aveva una moglie che amava e due figlie.
Poi la strage di Piazza Fontana, la sua orrenda morte, la sua immagine
che esce deformata dalle dichiarazioni di quegli stessi responsabili del
suo fermo illegale e dell’interrogatorio che stava subendo quella notte
quando precipitò dalla finestra al quarto piano della questura.
Pino
è diventato un simbolo dei diritti negati e dei connotati violenti che
può assumere il potere. Lui era una persona positiva e ha insegnato a
noi e non solo a noi, l’importanza dell’impegno in prima persona.
“Anarchia
è responsabilità e ragionamento: non è violenza”. Con quali modalità e
azioni tuo padre credeva nell’obiezione di coscienza e nel disarmo?
Quella
che riporti è una frase dell’ultima lettera che mio padre scrisse e
diventa ancora più significativa pensando che lo fece proprio nel
pomeriggio del 12 dicembre 1969.
Pino aveva studiato l’esperanto,
lingua che aveva imparato molto bene e che avrebbe voluto insegnare. Con
questo strumento comunicava con persone di ogni parte d’Europa, che
ospitava anche a casa. Era entrato in contatto con le idee che
infiammavano quegli anni, con la contestazione giovanile, con i
movimenti contro la guerra del Vietnam e con la sua capacità di dialogo
divenne tramite tra generazioni differenti E’ stato tra i primi a
organizzare incontri pubblici dedicati al tema dell’antimilitarismo
insieme a obiettori di coscienza che vennero incarcerati per il loro
rifiuto di indossare una divisa. Partecipò e organizzò marce per la
pace, indisse manifestazioni e comizi per l’obiezione di coscienza, il
pacifismo e la nonviolenza. Sostenne la stampa e la diffusione dei primi
numeri di “Mondo Beat”, giornale che illustrava l’importanza della
nonviolenza e la necessità del pacifismo
C’è una bellissima
testimonianza di Giuseppe Gozzini, il primo obiettore di coscienza
cattolico in Italia, che a poche ore dalla morte di Pino scrisse una
lettera che rese pubblica in cui ricorda mio padre con queste parole:
“Conosceva,
e non per sentito dire, movimenti e gruppi che si ispiravano alla
nonviolenza e voleva discutere con me sulle possibilità che la
nonviolenza diventasse strumento d’azione politica e l’obiezione di
coscienza stile di vita, impegno sociale permanente. Io gli parlavo di
società basata sull’egoismo istituzionalizzato, di disordine costituito,
di lotta di classe e lui mi riportava oltre le formule, alla radice dei
problemi, incrollabile nella sua fede nell’uomo e nella necessità di
edificare l’uomo nuovo, lavorando dal basso. Poi ci vedemmo in molte
altre occasioni e i punti fermi della nostra amicizia divennero don
Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani, due preti scomodi, che hanno
lasciato il segno e non solo nella chiesa….Viveva del suo lavoro, povero
come gli uccelli dell’aria, solido negli affetti, assetato di amicizia,
e gli amici li scuoteva con la sua inesauribile carica umana… Si è
sempre battuto contro l’individualismo delle coscienze addomesticate:
lui, ateo, aiutava i cristiani a credere (e lo possono testimoniare
tanti miei amici cattolici); lui operaio, insegnava agli intellettuali a
pensare, finalmente liberi da schemi asfittici. Non ignorava le radici
sociali dell’ingiustizia, ma non aveva fiducia nei mutamenti radicali,
nelle `rivoluzioni’ che lasciano gli uomini come prima. Paziente,
candido, scoperto nel suo quotidiano impegno, era lontano dagli
estremismi alla moda, dalle ideologie che riempiono la testa ma lasciano
vuoto il cuore. Stavo bene con lui, anche per questo.”
In
qualità di testimone degli eventi, come ti poni nei confronti del
pensiero socialista e libertario del grande Partigiano e Padre
Costituente Stéphane Hessel che ha lanciato appelli di pace per la
nonviolenza e per il disarmo nucleare totale? In che modo tuo padre
avrebbe attuato e condiviso tali idee?
Il mio essere
testimone degli eventi è marginale rispetto al ruolo avuto da mia mamma
Licia, una persona meravigliosa che è diventata roccia per noi e per lui
quando tutto il nostro mondo è andato in frantumi. E di tutte quelle
persone che ci sono rimaste vicine e ancora lo sono, con estremo
coraggio in situazioni anche molto difficili. Da quello che io conservo
di mio papà e da quello che mi hanno raccontato di lui credo si sarebbe
avvicinato con curiosità e interesse alle idee di Stephane Hessel
cercando di valutare e di capire, come faceva per tutte le idee e le
cose che lo stimolavano, ma non mi posso permettere di parlare per lui,
di dire come avrebbe agito o anche se avrebbe condiviso tali idee.
Nessuno di noi è lui.
Un messaggio alle generazioni presenti e future “Per Non Dimenticare” la memoria degli eventi.
Non
bisogna accettare in maniera passiva le verità ufficiali, bisogna
sempre cercare e essere critici, mantenendo viva la capacità di
indignarsi. La memoria deve essere come un filo di luce puntato
implacabilmente sul passato perché mantenendo viva l’attenzione, la
ricerca, la comprensione di quello che è stato questo potrà essere di
insegnamento e monito per il presente e potrà aiutarci a trovare la
forza per ribellarsi a chi ci vorrebbe spettatori passivi invece che
cittadini che partecipano e scelgono. Solo così si avranno gli strumenti
per costruire una società più giusta e più umana.